Il paesaggio tipico dell'altopiano baraggivo
della zona di Candelo è caratterizzato da praterie a Molinia
coeruleae e Molinia arundinacea, dal brugo e da querce isolate,
residuo delle grandi formazioni forestali che una volta ricoprivano
l'intera Pianura Padana.
Nei boschi radi acidofili la presenza maggiore è della
farnia (Quercus robur): un albero molto longevo, con la chioma
espansa e la corteccia che sì fessura con l'età;
le foglie sono prive di picciolo con quattro o cinque lobi su
ciascun lato.
Insieme alla farnia ma in misura molto minore è possibile
trovare il rovere (Quercus petraea); è una quercia con
la chioma a ventaglio, la corteccia finemente fessurata e le foglie
hanno il picciolo e sono senza i lobi presenti invece nella farnia.
Le vallecole caratterizzate da condizioni di maggiore umidità
e quindi più ricche di vegetazione sono principalmente
popolate dal carpino bianco (Carpinus betulus) che forma dei piccoli
boschi di latifoglie insieme al castagno, il carpino ha il tronco
scanalato molto caratteristico e la corteccia liscia; il sottobosco
è popolato dal biancospino, dalla sanguinella e dal prugnolo
e dalla frangola.
Nei settori percorsi da incendi compare la felce aquilina (Pteridium
aquilinum), invece nelle zone più aperte vi è una
notevole presenza dei rovi, mentre in quelle più aride
dove il bosco dirada a causa sia del pascolo che degli incendi
si trova la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius), un arbusto
rustico basso e molto ramificato che in primavera tinge di giallo
le Baragge. Nelle zone più umide è facile trovare
il salice cinereo (Salix cinerea).
Le piante che formano i boschi acidofili delle scarpate dei terrazzi
lungo il torrente Cervo sono il ceduo di castagno (Castanea sativa),
il ciliegio (Prunus avium), il pioppo (Populus tremula), la betulla
(Betula pendula) e la Robinia (Robinia pseudoacacia) nei posti
più impervi.
Il castagno, riconoscibile per la chioma ampia e tondeggiante,
è un albero di notevole sviluppo e ha un'eccezionale longevità,
mentre la betulla ha una crescita veloce, una notevole resistenza
e versatilità.
La betulla e il pioppo sono piante pioniere e invadenti, che iniziano
il percorso di ricolonizzazione di nuovi terreni da parte della
vegetazione boschiva. Anche la crescita del ciliegio è
piuttosto rapida in questo tipo di boschi, la sua presenza si
nota maggiormente ad inizio primavera per la sua fioritura bianca.
Sull'altopiano sbocciano i fiori alpini, dalle genziane,all'arnica,
al piccolo garofano rosso; nelle zone più fresche fioriscono
i botton d'oro, i piccoli gigli bianchi, il mughetto, le primule,
i gigli gialli, le calthee e i gladioli in primavera. Ovunque
ci sono viole, cardi rossi, campanule azzurre. Nel basso Baraggione
si può trovare una rarità botanica: l'Iris sibirica,
iridacea dai fiori azzurro violacei, giunta fino a noi dalle steppe
dell'Asia.
Nelle zone boscose crescono funghi in notevole quantità:
dai boleti comuni alle donne rosse e nere, ad altre qualità
commestibili.
Fauna
Le fitte boscaglie forniscono una sicura possibilità di
sopravvivenza a numerose specie animali. Vi sono tassi, ricci,
volpi, scoiattoli, cinghiali ; sono presenti fagiani lungo le
pendici esterne e le piccole radure ad oriente. Frequenti sono
i rapaci. Molto rare sono le vipere e le tartarughe. Gli acquitrini
che si formano in occasione di piogge si popolano di anatre selvatiche,
garzette e aironi cinerini. Periodicamente compare la cicogna.
Numerosissime varietà di uccelli, stanziali e di passo,
consentono l'appassionante pratica del bird-watching.
Gli alberi veri di Baraggia
Nessuno sa con esattezza, ancora oggi, che cosa evochi, quale
paesaggio affiora dall'etimo della parola baraggia. Invano si
affannano i vocabolari nel coniare una definizione univoca della
fisionomia e del carattere di questo ambiente.
Baraggia, si dice, è sinonimo di brughiera, landa, sodaggio.
La Baraggia, che secondo il Palazzi è l'equivalente biellese
di brughiera, è a quella accomunata anche nell'immagine
di regione dal terreno argilloso e compatto, luogo pressoché
sterile e incolto.Gli alberi veri di Baraggia.
Nessuno sa con esattezza, ancora oggi, che cosa evochi, quale
paesaggio affiora dall'etimo della parola baraggia. Invano si
affannano i vocabolari nel coniare una definizione univoca della
fisionomia e del carattere di questo ambiente.
Baraggia, si dice, è sinonimo di brughiera, landa, sodaggio.
La Baraggia, che secondo il Palazzi è l'equivalente biellese
di brughiera, è a quella accomunata anche nell'immagine
di regione dal terreno argilloso e compatto, luogo pressoché
sterile e incolto.
Quanto all'origine, si opina di un relitto lessicale dell'area
mediterranea, di una radice bar da cui baranj, sterile. Si vaticina
intorno al significato riferendosi ad un'eco lontana e fratta
in cui risuonano per affinità le parole barra, barta, o
baraz ovvero terreno roccioso, cespuglio o rovere. Per altri è
trasparente la derivazione dal celtico anabarrach, smisurato.
E non le sono certamente del tutto estranee anche le parole arabe
barya, savana e, perché no, bahrya, marina. Tentativo sterile
sarebbe cercare, tra queste, l'etimo più pertinente, il
senso più autentico, l'archetipo unico. La Baraggia, luogo
multiforme, come s'è dianzi detto, tutti li comprende.
Il limo argilloso del suo manto, ostile all'aratro, è regno
della molinia, del brugo e della felce aquilina. E chi può
negare che la brughiera apparisse agli uomini del passato come
un luogo in cui lo sguardo cercava invano il limite. Uno spazio
smisurato, una marina d'erba increspata di cespugli spinosi e
qua e là segnata da sagome di pennoni con vele traforate
di rami e di foglie.
Questo paesaggio dove i venti e la luce non hanno oppositori ma
solo seguaci è patria di alberi singolari. Tenaci, ostinati,
cercano il cielo e, più che di linfa, con le radici affondate
in una terra avara e "quasi sterile" si nutrono di quel
che l'aria, il sole e la pioggia benevolmente concedono.
La farnia, il carpino bianco, la betulla alba e pendula, il salice
nero, il pioppo tremolo ma anche il castagno, questo castagno
di brughiera, sono alberi "veri", naturali: figli di
un dio silvano altero e parco nati per necessità, non dalle
cure dell'uomo.
Gli alberi di baraggia danno all'uomo senza dovergli nulla.
Luigi Spina
tratto da Baraggia, alberi di luce, 2001